L'oscura immensità della morte
Silvano Contin vive una vita che non ha più significato; è solo un lento e stentato trascinarsi giorno dopo giorno, fra cibi precotti, vino in cartone e penetrazioni anali con prostitute dal grasso ingombrante. E’ così che va da ormai 15 anni, da quando Raffaello Beggiato gli ha ucciso moglie e figlio. Nulla da allora ha avuto più significato, nulla da quando la moglie, nell’esalare l’ultimo respiro, gli ha rivelato l’oscura immensità della morte: “Non vedo più nulla, ho paura, ho paura, aiutami, è buio”.
Raffaello Beggiato è rinchiuso in carcere e vi dovrà restare tutta la vita. Paga per aver ucciso una donna e un bambino innocenti. Paga perché da 15 anni uccide ogni giorno Silvano. Paga con la prigione e presto pagherà con la vita perché è malato terminale di cancro.
Carlotto scrive come fosse un verbale, con uno stile lucido, secco, distaccato, limitando la scrittura al puro riferimento dei fatti, quasi non fosse possibile alcun coinvolgimento, alcuna partecipazione emotiva alla realtà che macina e dimentica. E sintomo di questo stile che ripudia pensiero e sentimento è la scelta di spogliarsi di ogni prerogativa di narratore. A raccontarci questa tragedia sono proprio Silvano e Raffaello, un capitolo per ciascuno.
E’ sin troppo facile fare il tifo per Silvano, desiderare una rapida morte per Raffaello che si è macchiato del crimine più ignobile. Almeno questo per metà dell’opera.
Ma Carlotto non è uno scrittore facile. Quando meno te l’aspetti ti piazza un bel calcio fra le palle. E la liberazione di Beggiato (per sospensione della pena) offre il destro all’autore per rimescolare le carte. Il lettore si perde, non riuscendo più a comprendere dov’è il bene e dov’è il male. Giustizia e vendetta si confondono nella amara constatazione che violenza genera violenza e che non può esserci fine a un dolore partorito da un male ingiustificabile.
L’impressione definitiva è che non ci sia salvezza per nessuno: non per Contin che da vittima si trasforma in un carnefice, non per Beggiato, miserabile assassino strafatto di coca che ha ucciso senza neppure sapere quello che faceva né per i personaggi di contorno (il complice che ha continuato per quindici anni a lavarsi la coscienza nella tintoria messa su con i soldi della rapina; il commissario corrotto; la donna delusa e tradita dalla vita che cerca rifugio nelle attenzioni dei detenuti). L’immensità oscura è, parrebbe, della vita come della morte.
Ps Un grazie a Marco Fattore per avermi fatto conoscere e apprezzare Massimo Carlotto.
Raffaello Beggiato è rinchiuso in carcere e vi dovrà restare tutta la vita. Paga per aver ucciso una donna e un bambino innocenti. Paga perché da 15 anni uccide ogni giorno Silvano. Paga con la prigione e presto pagherà con la vita perché è malato terminale di cancro.
Carlotto scrive come fosse un verbale, con uno stile lucido, secco, distaccato, limitando la scrittura al puro riferimento dei fatti, quasi non fosse possibile alcun coinvolgimento, alcuna partecipazione emotiva alla realtà che macina e dimentica. E sintomo di questo stile che ripudia pensiero e sentimento è la scelta di spogliarsi di ogni prerogativa di narratore. A raccontarci questa tragedia sono proprio Silvano e Raffaello, un capitolo per ciascuno.
E’ sin troppo facile fare il tifo per Silvano, desiderare una rapida morte per Raffaello che si è macchiato del crimine più ignobile. Almeno questo per metà dell’opera.
Ma Carlotto non è uno scrittore facile. Quando meno te l’aspetti ti piazza un bel calcio fra le palle. E la liberazione di Beggiato (per sospensione della pena) offre il destro all’autore per rimescolare le carte. Il lettore si perde, non riuscendo più a comprendere dov’è il bene e dov’è il male. Giustizia e vendetta si confondono nella amara constatazione che violenza genera violenza e che non può esserci fine a un dolore partorito da un male ingiustificabile.
L’impressione definitiva è che non ci sia salvezza per nessuno: non per Contin che da vittima si trasforma in un carnefice, non per Beggiato, miserabile assassino strafatto di coca che ha ucciso senza neppure sapere quello che faceva né per i personaggi di contorno (il complice che ha continuato per quindici anni a lavarsi la coscienza nella tintoria messa su con i soldi della rapina; il commissario corrotto; la donna delusa e tradita dalla vita che cerca rifugio nelle attenzioni dei detenuti). L’immensità oscura è, parrebbe, della vita come della morte.
Ps Un grazie a Marco Fattore per avermi fatto conoscere e apprezzare Massimo Carlotto.

1 Comments:
At 6:27 AM ,
Anonymous said...
Ever since I read this article Jo Jo, I've been trying to come up with a thought, a response and I've been only asking myself other questions, instead. I don't know exactly which sentiment you were trying to stir up in the reader, but my first thought went to the 'victim', that is the person who lost his loved ones and decided to inflict upon himself a long and tortuous suicide.
In the end I took a look around me and thought of the people I knew who have passed away in one manner or another. I also thought about what it would be like to lose my own son. I then thought of a person I know who lost both her husband and son. She's about 50 years of age and her son was 23 when he died. So you can imagine losing both men in a short time span. Her life has never been the same either, but she's in love with her life and lives each day thanking the universe for what she has. They died of a same disease. It's tragic however a person you love dies.
But this does not mean that you have to spoil your life away. It does not mean that you have to eat pre-cooked meals, cartonned wine and have annal intercourse with whom ever. This is what he decided to do with the rest of his life, which is a shame, because from missing out on his wife and child, he has decided to kill himself as well. He had not learnt anything from his dying wife's last words. He's killing himself.
What's the difference between himself and the real assassin of his family, at this point?
tina
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